
L’NBA è pronta a prendersi l’Europa
E inghiottire l’Eurolega
31 Marzo 2025
L'NBA ha messo gli occhi da anni sul basket europeo, aspettando con pazienza e ambizione il momento giusto per metterci anche le mani. E nel frattempo, tra una visita olimpica e l’altra, ci ha messo idee, parole e visioni. E adesso anche la faccia, uscendo definitivamente allo scoperto sul progetto di creare una lega nel vecchio continente, gestita in partnership con FIBA e plasmata ad immagine e somiglianza del campionato americano, declinato sullo stile e sui gusti europei.
Non si tratta più di una suggestione, o di una strategia di soft power: ora c’è un piano d’azione. Solo qualche giorno fa, Adam Silver, commissioner NBA, ha convocato e tenuto una conferenza stampa insieme ad Andreas Zagklis, segretario generale FIBA, per tracciare la linea di questa avventura. E prima di tutto, per sdoganare il discorso. «Annunciando pubblicamente che questa è la nostra idea, adesso possiamo parlare apertamente di quello che vogliamo fare, con chiunque», ha detto Silver davanti ai media presenti a New York, a margine dell’NBA Board of Governors - l’organo direttivo del basket a stelle e strisce, in cui siedono i proprietari delle trenta franchigie. «Niente più discussioni confidenziali: chi vuole parlare con noi è il benvenuto».
E se la competizione è ancora tutta da costruire - dettagli tecnici, sportivi, commerciali e logistici verranno esplorati nei prossimi mesi - i tratti del masterplan hanno iniziato a delinearsi. Con l’NBA e il suo modus operandi al centro di tutto, e con una vittima designata da principio: l’Eurolega, il cui braccio di ferro con FIBA non è né una novità né un mistero.
Il progetto
«La premessa fondamentale è il rispetto delle tradizioni del basket europeo», ha detto Adam Silver, prima di svelare alcune anticipazioni sul possibile formato. «E per questo siamo sicuri di voler mantenere il formato FIBA delle partite, perché stilisticamente sappiamo che è un gioco diverso dal nostro, e rispettare questo aspetto è un punto di partenza. La consuetudine delle leghe aperte, con promozioni e retrocessioni, è diversa dalla nostra, ma ciò nonostante alcune squadre sono perennemente in competizione per vincere. Il nostro obiettivo è prendere il meglio da entrambe le parti e mantenere una base coerente, tenendo viva la logica di speranza per tutti su cui si fonda il modello europeo. Abbiamo l’opportunità di cominciare da zero: come potremo unire le nostre esperienze per renderla la migliore possibile?».
NBA e FIBA non sono nuove a progetti di questo tipo, collaborano già nella Basketball Africa League e in varie iniziative di sviluppo globale, ma l’Europa è un’altra cosa. Si tratta di un mercato già sviluppato, da cui peraltro arrivano cinque degli ultimi sei MVP della regular season NBA. Eppure, secondo Silver, esiste ancora un divario enorme tra l’interesse per lo sport e la struttura delle leghe professionistiche. E ora colmare quel divario, in modo profittevole, è ufficialmente la sfida del prossimo decennio. Stando alle parole di Silver e Zagklis, le fondamenta dovrebbero essere dodici squadre con partecipazione permanente e quattro posti accessibili secondo logiche meritocratiche (qualificazioni, promozioni e retrocessioni), per un totale di sedici realtà coinvolte ogni anno. Non una lega chiusa quindi, ma un ibrido tra sistema europeo e nordamericano, pensato per massimizzare interesse, competitività e sostenibilità.
Al di là del format e del regolamento, invece, tutto il contorno sarà molto diverso. A partire dalla governance e dall’approccio al prodotto sportivo, ma anche dal sistema circostante a livello mediatico, commerciale e infrastrutturale. «A livello di competizioni internazionali», spiega Andreas Zagklis, «organizziamo competizioni da decenni, ma la popolarità del gioco non è pari al successo che riscuote. Perciò crediamo nell’opportunità di crearne una da zero, col know-how della NBA, che fa parte del nostro board da undici anni», Silver lo ha detto senza giri di parole: «Pensiamo di poter dare una struttura più competitiva e sostenibile al basket europeo, siamo qui per questo». L’obiettivo è trasformare una passione diffusa - il basket è il secondo sport nel continente, dopo il calcio - in un sistema efficiente, con ricavi maggiori e visibilità globale, e con una qualità gestionale all’altezza delle aspettative del pubblico moderno. Si parla di investimenti in nuove arene, in academy giovanili, in formazione tecnica per allenatori e arbitri, in un progetto che guarda non solo ai top club quindi, ma all’intero ecosistema.
Squadre e città
Il disegno passa da due linee guida: collaborare con club già esistenti e sviluppare realtà nuove in mercati strategici. I primi nomi trapelati sono quelli di Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco, Fenerbahce e ASVEL Villeurbanne, e secondo The Athletic e L'Équipe ci sarebbero già stati contatti con club calcistici quali Paris Saint-Germain, Arsenal e Manchester City per la creazione ex novo di divisioni cestistiche al loro interno. L’idea è chiara: sfruttare la forza di brand già globali e l’infrastruttura esistente (arene, tifoserie, media partner) per aprire il mercato cestistico a nuovi investitori. Con Parigi, Londra, Milano, Berlino e Monaco tra le città indicate come chiavi per lo sviluppo iniziale. «Ci saranno discussioni con squadre già esistenti», conferma Silver, «cioè con brand che si portano dietro fanbase globali. Ma si vuole anche testare il mercato per nuove occasioni: virtualmente in ogni grande città europea c’è già una squadra, ma altre potrebbero essere interessate a crearne una da zero, costruendo arene dove non ce ne sono. Guardiamo alla grandezza di certi bacini, a zone di grande interesse nel sud dell’Europa».
Ci sarà anche l’Italia in tutto ciò? Sicuramente Milano rappresenta più che un’idea, e una soluzione già pronta. Esiste l’Olimpia, esiste il Forum di Assago, ed esisterà presto una nuova arena - Santa Giulia, che verrà inaugurata con le Olimpiadi invernali del 2026 - in linea con gli standard NBA. Poi ci sarebbero anche Roma - un intrigante bacino d’utenza, ma senza una struttura e una società pronte ad aderire nell’immediato - e Bologna - con la Virtus e con una città dalla grande tradizione cestistica, ma anche in questo caso con limiti logistici, strutturali e di dimensioni del bacino d’utenza. Le logiche sono quelle che ha seguito l’NBA per decenni: puntare su città popolose in cui insediare identità riconoscibili, con appeal commerciale e possibilità di crescita. E in parallelo, dare spazio a club emergenti tramite il sistema aperto delle qualificazioni, per mantenere vivo il legame con il modello sportivo continentale. «Vogliamo costruire un progetto aperto e trasparente, a beneficio di tutto il basket europeo», ha sottolineato Adam Silver.
L’Eurolega tagliata fuori
C'è un grande assente nella conferenza stampa di New York: l’Eurolega, ad oggi la seconda competizione per club al mondo. Come anticipato non è mai stata nominata direttamente nella conferenza stampa, anzi è stata evocata addirittura come «that league», in un tono che ha lasciato poco spazio all’ambiguità. Il messaggio di Silver e Zagklis è piuttosto chiaro: la nuova lega vuole proporsi come competitor. E la scelta del colosso americano di collaborare con FIBA e non con Euroleague Basketball è politica, oltre che strategica: i rapporti tra le due organizzazioni sono logorati da anni di conflitti su calendario, governance, sviluppo del prodotto, visione del futuro e qualsiasi altro ambito possibile immaginabile. E ora, una delle due ha l’NBA dalla propria parte.
Zagklis ha poi sottolineato la necessità di un salto di qualità. «Non vogliamo escludere nessuno, ma elevare tutto il sistema. Ci sono margini enormi di crescita, e l’unione tra la nostra esperienza internazionale e l’acume imprenditoriale NBA può creare qualcosa di unico». E a parte l’Eurolega, non sembrano esserci realtà insoddisfatte da questa prospettiva. «Abbiamo discusso con tanti stakeholders per portare il gioco a un livello successivo», racconta Silver. «E le risposte che abbiamo ricevuto sono state positive, da media partner e organizzazioni come FIBA, e da squadre entusiaste dell’opportunità per servire meglio i tifosi in Europa. E abbiamo ricevuto un supporto totale anche dai nostri trenta proprietari. Il punto di partenza è la convinzione che ci sia grande distanza tra come si opera la pallacanestro in Europa rispetto a come facciamo noi: ne parliamo da decenni, ora è il momento giusto per fare questo passo».
E così l’Eurolega rischia di trovarsi isolata, mentre i club più ambiziosi valuteranno la possibilità di passare alla nuova struttura. Neanche a dirlo, perdere realtà come Barcellona e Real Madrid sarebbe un gigantesco ridimensionamento per l’attuale massima competizione europea. Con la paura che sia solo l’inizio, di fronte a un progetto che rischia di stravolgere gli equilibri continentali. Anzi, di prendersi il gioco anche da questa parte dell’oceano.